Progetto

"IL LUPO ED IL BOSCO"

Candidatura

Cooperativa Sociale Osiride

Via Piave 2 – 72025 San Donaci (BR)

Premessa
Cosi come previsto dal Protocollo di Kyoto, l’assorbimento forestale risulta essere una delle attività eligibili per la mitigazione climatica, complementare ed integrativa alla riduzione delle emissioni “alla fonte”: attraverso la nuova forestazione e la gestione forestale (delle foreste esistenti) è possibile accrescere lo stock di carbonio immobilizzato nella biomassa vegetale, sequestrandolo rispetto al comparto atmosferico.

Chi siamo
La Cooperativa Sociale “Osiride”, ente privato no-profit con sede a San Donaci, opera nell’ambito dei servizi alle persone disabili attraverso la gestione di strutture sia diurne che residenziali, attivando interventi di tipo educativo, riabilitativo ed assistenziale in rapporto di convenzione con l’ASL BR.
La Cooperativa collabora principalmente con l’ASL BR e con il Comune di San Donaci (Br) e si prefigge di continuare l’attività di sensibilizzazione del territorio al riguardo delle disabilità e l’attività di tempo libero e ricreativo a favore del disabile mentale del Dipartimento di Salute Mentale del territorio Brindisi sud.
Attualmente svolge la sua attività promuovendo e gestendo, sul territorio di San Pietro V.co, una Comunità Alloggio, una Comunità Riabilitativa Psichiatrica ed un Centro Diurno Riabilitativo Psichiatrico.

Il progetto: il lupo e il bosco
Spesso il Bosco è visto nell’immaginario di grandi e piccini come un ambiente avverso all’individuo, oscuro e difficile da affrontare. La paura del lupo nel bosco è solitamente figlia di retaggi culturali e della disabitudine odierna alla frequentazione di spazi naturali ampi e lasciati crescere ed evolvere in maniera più libera rispetto all’orto domestico. Per noi ed i nostri utenti avvicinarsi al lupo significa costruire e curare l’habitat del lupo e familiarizzare con esso affrontando ed addomesticando il lupo stesso, che può essere rappresentativo delle proprie paure, ansie o i mostri personali che spesso pervadono la mente di chi soffre di un disagio mentale.
Lo scopo del nostro progetto “il lupo nel bosco” è quindi duale e mutualistico:
– creare una zona boschiva vicina al centro abitato nell’ottica costruire una zona verde che contribuisca alla cattura di co2 e inquinanti di origine antropica,
– attivare un percorso riabilitativo per persone affette da disagio psichico che contribuiranno attivamente alla piantumazione degli alberi, la loro cura e conoscenza.
Al centro del progetto c’è il ritorno alla natura come esempio originario di vita, evoluzione ed interazione, con protagonisti gli utenti psichiatrici che contribuiranno attivamente alla progressiva creazione del giardino piantando glia alberi per poi divenire padroni dello spazio.
Ad ogni pianta verrà assegnato un nome da ogni singolo utente e lo stesso si curerà della crescita e sviluppo della pianta adottata, cosi come dell’allestimento della cartellonistica descrittiva relativa alla specie della pianta, alla natura del progetto e la motivazione della sua scelta. Si prefigura quindi un percorso boschivo e di conoscenza delle piante fruibile da tutti con la possibilità, per chi ne faccia richiesta, di essere coadiuvati da persone con disabilità.
L’area oggetto del progetto è situata sul limitare della strada provinciale che collega Sandonaci e San Pancrazio Salentino e quindi altamente visibile.
Adiacenti all’area di destinazione della zona a bosco, insistono attualmente un casolare in via di ristrutturazione ed alcuni ettari di terreno nicchiarico nel quale si sta attualmente provvedendo a seminare colture di stagione in assoluta assenza di utilizzo di prodotti chimici.
In corso d’opera si porrà l’obiettivo di avviare un progressivo processo di partecipazione di associazioni ed enti o gruppi di solidarietà o cooperative nell’ottica di un ulteriore spinta alla realizzazione partecipata.
In particolare si intende predisporre un protocollo d’intesa con due realtà del mondo rurale che operano nel territorio di Sandonaci, entrambe soci di Power Energia: la Cantina Sandonaci S.C.A. e la Cooperativa Olearia Sandonacese.
Tramite il loro know how si intende da un lato recuperare e salvaguardare alcuni ettari di uliveto che insistono sulla proprietà della cooperativa sociale Osiride, apprendendo e mettendo in atto tutte le buone prassi per fare si che le piante di ulivo riescano a vegetare e fruttificare e proteggerle, per quanto possibile, dalla ormai inesorabile avanzata della piaga delle Xylella Fastidiosa che sta depauperando il territorio salentino.
Con la Cantina Sandonacese S.C.A. invece si vorrebbe destinare una parte del terreno a coltivazione di vitigni autoctoni andando a recuperare alcune cultivar divenute desuete a causa delle logiche di mercato.
Tutta la zona sarà parte del progetto di istituire un incubatore dove poter svolgere stabilmente attività conoscitive e creative di diversa natura con protagonisti la natura e persone con disabilità: corsi di conoscenza delle piante e dell’ambiente; corsi di giardinaggio; organizzazione con diversi partner di giornate dedicate alla cultura del verde ed alla conoscenza anche diretta delle risorse botaniche naturali del territorio.
L’obiettivo è quindi di rendere l’area un luogo fruibile da parte della comunità, non solo utenti, accompagnatori ed operatori, ma anche a quanti si troveranno anche solo ad osservare l’area.
L’idea alla base della scelta delle piante da piantumare si fonda sul concetto di non limitarsi a piantare alberi ma impiegare specie autoctone e diversificate che possano favorire la formazione di aree boschive stabili ed in equilibrio.
Partendo da questo presupposto e abbinando la necessità di selezionare inoltre specie vegetali che contribuiscano in maniera significativa sulla captazione della CO2 ci si attiene a quanto legiferato dalla Regione Puglia in materia di rimboschimento. Nello specifico si fa riferimento all’Atto Dirigenziale n. 348 del 20/12/2017 “Attuazione della direttiva 1999/105/CE relativa alla commercializzazione ei materiali forestali di moltiplicazione. Approvazione delle specie forestali da impiegare nelle regioni forestali della Puglia”, nel quale si suddivide la regione in macroaree. In particolare il comune di Sandonaci è sito nella regione forestale denominata Penisola Salentina.
Di seguito quindi, a scopo esemplificativo, un elenco di specie che possano soddisfare questi requisiti in quantità e organizzazione in modo da consentire lo sviluppo ideale delle diverse piante:
Arbustus unedo, Corbezzolo;
Crataegus monogyna, Biancospino
Erica arborea, Erica;
Fraxinus ornus, Orniello;
Laurus nobilis, Alloro;
Pinus halepensis, Pino d’Aleppo;
Pistacia lentiscus, Lentisco;
Quecus ilex, Leccio;
Quecus coccifera, Quercia spinosa;
Quercus frainetto, Farnetto;
Quercus macrolepis, Quercia Vallonea;
Quercus morissi, Leccio sughera;
Quercus pubescens, Roverella;
Quercus suber, Sughera;
Quercus trojana, Fragno;
Rhamnus alaternus, Alaterno;
Ulmus minor, Olmo minore.

Scegliere la specie da piantumare in base ad un valore numerico che descriva il carbon uptake è processo decisamente complicato poiché sono tali e tanti i fattori che influenzano il processo di assorbimento e sequestro di carbonio nelle molecole organiche che è difficile dare una risposta precisa: per potere avere dati più precisi è quindi necessario operare quindi una precisa modellizzazione del sistema forestale in esame, mediante iter tecnico-scientifici abbastanza strutturati.
In linea generale, per poter comprendere il livello di assorbimento di CO2 di un albero bisogna valutare se la pianta di cui si voglia calcolare l’assorbimento sia arborea o arbustiva, di basso fusto o di alto fusto, viva in clima temperato o in clima tropicale, in contesto urbano o naturale, sia soggetta a forti stress ambientali e molto altro.
Tutte queste variabili hanno un peso così rilevante sulle cinetiche di accrescimento dell’albero che il suo livello di assorbimento di CO2 rischia di essere anche molto differente da un contesto all’altro, oltre che da in specie.
In linea generale un albero in clima temperato situato in un contesto di stress ambientali si può stabilire che possa assorbire tra i 10 ed i 50 kg CO2/anno, dentro un ciclo di accrescimento in cui l’albero raggiunge (mediamente) la sua maturità in un range temporale compreso tra i 20 ed i 40 anni.
Nello specifico per massimizzare la fissazione di carbonio vanno adottati i seguenti criteri: privilegiare specie a rapido accrescimento e longeve; privilegiare specie che a maturità raggiungono grandi dimensioni; privilegiare specie che siano resistenti alle malattie e agli stress legati all’inquinamento
Altro aspetto da considerare nella progettazione è una mescolanza di specie di varie dimensioni: ciò consente una maggior stabilita e resistenza della comunità vegetale che si viene a realizzare, oltre ad essere esteticamente più gradevole ed a contribuire a creare un habitat più vario per la fauna.
In base a queste valutazioni, le specie da tenere in maggiore considerazione nelle quantità di piante utilizzare nel rimboschimento saranno:
Tutte le specie appartenenti al genere Quercus;
Pinus halepensis;
Ulmus minor;
Fraxinus ornus.
Tutte le altre specie saranno comunque presenti, anche se in numero limitato, per garantire una adeguata mescolanza di varietà.

Terreno oggetto di rimboschimento.

Esempio di cartellonistica descrittiva della specie osservata

L E C C I O
Nome botanico: Quercus ilex
Eʼ pianta perenne, caratterizzata dalla eccezionale longevità. Il portamento è di tipo cespuglioso nella macchia mediterranea (altezza di pochi metri) ed arboreo nelle “leccete” naturali, dove raggiunge anche i 20 metri di altezza.
Il suo areale di diffusione comprende tutte le coste lambite dal Mediterraneo, ad eccezione delle zone a clima più arido (Egitto e Palestina). In Italia il leccio è presente in quasi tutte le zone litoranee e la fascia di crescita si spinge sino a 1000 metri di altitudine.
Pianta sempreverde dal portamento variabile a seconda dellʼetà, con la chioma densa e globosa. Il tronco, generalmente diritto, ha corteccia liscia e di colore grigio-chiaro negli esemplari giovani, mentre è screpolata e di colore grigio-scuro nelle piante adulte.
Fiorisce in aprile-maggio ed i fiori sono poco appariscenti. Il frutto, la “ghianda” è piccola, terminante a punta, e con una cupola a squame brevi e vellutate.
Le piante di leccio vengono spesso impiegate negli interventi di forestazione, di recupero ambientale e nella realizzazione di zone a verde nei parchi e nei giardini o nelle alberature stradali, con funzione ornamentale ed ombreggiante.
Il legno di leccio è ottimo combustibile, mentre dalla corteccia è possibile estrarre i tannini, sostanze coloranti.
Nellʼantichità vaste aree del territorio salentino erano ricoperte da fitte macchie e floridi boschi di lecci, che formavano una vera foresta sempreverde inestricabile.
Lʼestensione del bosco salentino andò progressivamente contraendosi per effetto di uno sfruttamento sempre più incisivo, legato alla produzione di legna e carbone, ma anche perchè i terreni furono destinati alla messa a coltura di altre essenze vegetali.
Il fenomeno proseguì con sempre maggiore intensità sino agli inizi del ʻ900, tanto che, per rimediare ai profondi squilibri territoriali causati dallo sfruttamento dei boschi, furono necessari interventi di rimboschimento, interessanti soprattutto le zone costiere.
Nelle campagne salentine è oggi frequente lʼincontro con boschi, radure, ed esemplari isolati quanto maestosi di leccio, testimoni della fiorente foresta e dellʼeconomia ad essi correlata, appartenenti ormai al tempo passato.
Lo stemma di Lecce reca una lupa in movimento e un albero di leccio coronato da cinque torri. La lupa e il leccio sono gli elementi simbolici che hanno dato il nome alla città. Lecce, infatti, ha una derivazione glottologica sia dallʼantico nome della città, Lupiae, sia dal termine ilex che significa “leccio”.

Q U E R C I A V A L L O N E A
Nome bot.: Quercus vallonea
Lʼareale tipico di distribuzione della quercia vallonea è situato dallʼAsia Minore alla penisola Balcanica e, solo marginalmente, nel lembo più orientale del Salento, dove sopravvivono esemplari secolari, talvolta isolati ma spesso in piccoli gruppi, sino a formare originalissimi boschetti.
Eʼ albero a foglie caduche, dalla crescita particolarmente lenta, alto 10-15 metri, con tronco eretto e piuttosto breve, ma con rami molto allungati e divaricati, a formare una chioma ampia, globosa ed espansa nella parte inferiore.
Le foglie hanno forma ovale-allungata (5-10 cm di lunghezza e 4-8 di larghezza) e margine inciso da dentellature; sono morbide e pelose negli stadi giovanili e lucide e coriacee da adulte.
I fiori, al pari delle altre querce, sono poco appariscenti: raccolti in formazioni pendule, gli “amenti”, quelli maschili e in brevi “spighe”, quelli femminili. La fioritura avviene in primavera.
Le ghiande maturano nellʼanno successivo a quello di formazione; sono isolate o riunite in piccoli gruppi, piuttosto grosse (2 cm di larghezza e 4 di lunghezza) provviste allʼestremità di una punta.
Molto particolare è la cupola che protegge parzialmente la ghianda, caratterizzata da lunghe squame ricurve indietro.
Le querce erano considerati alberi sacri a Giove, e personificazione del dio stesso.
Lʼalbero più grande e vecchio del Salento è una quercia vallonea, nel territorio di Tricase, di età stimata superiore ai 600 anni. La pianta, dalle dimensioni maestose, ha un diametro di circa 1,5 metri e la sua chioma copre unʼarea di circa 500 metri quadrati.
È risaputo che Zeus lʼaveva adottata come albero prediletto ed infatti la quercia rappresenta il Sole ma anche il cielo scuro e nuvoloso, il posto naturale del dio della folgore e del fulmine.
Gli antichi Greci attribuivano il diluvio della Beozia ai litigi tra Zeus ed Era; quando cessarono le piogge, si vide erigersi dal terreno una grande quercia, simbolo della pace conclusa tra il re degli dèi e sua moglie. Albero del fuoco non solo perché attirava il fulmine, ma anche perché sfregandone frammenti si poteva ottenere una brace e fare un fuoco.
Albero del nutrimento perché le ghiande hanno dato ai nostri antenati fino allʼalto Medio Evo una farina da cui si ricavava il pane.

CASTAGNACCIO
Nome Botanico: Quercus virgiliana
Quercus virgiliana (Ten.) Ten., nota come quercia castagnara, è una specie ad areale europeo sud-orientale a gravitazione prevalentemente meridionale. È dedicata a Virgilio in quanto il locus classicus (la località dove sono stati raccolti i campioni della pianta sui quali è stata descritta per la prima volta la specie) è nei pressi della tomba del poeta latino, a Piedigrotta (NA).
Il suo nome volgare è legato alla dolcezza delle ghiande che, una volta cotte sulla brace, hanno un sapore simile a quello delle castagne. Un tempo, soprattutto nei periodi di carestia, i frutti venivano seccati e ridotti in farina poi utilizzata a scopo alimentare, da sola o mescolata alla farina di grano e di orzo.
La specie appartiene al genere Quercus subgen e presenta pubescenza limitata alla nervatura centrale della pagina inferiore della foglia, la lunghezza del picciolo è maggiore di 1 cm, la lamina fogliare è più incisa e ha il massimo della larghezza nel terzo superiore.
I querceti caducifogli dominati da Quercus virgiliana sono comunità di grande importanza dal punto di vista conservazionistico. A livello europeo sono, infatti, riconosciuti come Habitat di tipo prioritario (Habitat 91AA*), in accordo con la Direttiva (92/43/EEC). Questo Habitat comprende i boschi mediterranei e submediterranei adriatici e tirrenici a dominanza di Quercus virgiliana, Q. dalechampii, Q. pubescens e Fraxinus ornus ed è distribuito in tutta la penisola italiana.
I querceti a Quercus virgiliana hanno una distribuzione di tipo sud-est europeo e nella penisola italiana sono diffusi prevalentemente nelle aree costiere, subcostiere e preappenniniche, su morfologie collinari e pedemontane e su diversi tipi di substrato litologico. Tali ambiti territoriali hanno una forte vocazione per l’utilizzo antropico di tipo agricolo e pastorale, che ha determinato nel tempo la scomparsa e la frammentazione di gran parte della vegetazione forestale.

FRAGNO
Nome Botanico: Quercus Trojana
Il fragno (Quercus trojana Webb) è un albero sempreverde della famiglia delle Fagacee. L
e foglie sono coriacee, dalla forma oblunga, lucide, dai margini seghettati. Caratteristica la semicaducità dell’albero: in autunno le foglie seccano ma non cadono; a primavera vengono sostituite dalle nuove in maniera che la chioma non rimanga mai spoglia.
La grossa ghianda è racchiusa nella caratteristica cupola spinosa, molto spessa, simile a quella della cerro.
La pianta del fragno è diffusa in tutta la zona transadriatica, ma in Italia è presente solo in Puglia e in Basilicata mentre nel resto del Mediterraneo è diffusa nei Balcani, in Turchia e nelle isole.
La particolare presenza del fragno sulle coste adriatiche sia pugliesi che balcaniche è stata spesso addotta come prova di una passata saldatura della regione pugliese con le coste meridionali dei balcani

GELSO
Nome bot.: Morus nigra e morus alba
Pianta arborea da frutto, a foglia caduca, coltivato a fini alimentari nelle zone mediterranee a clima particolarmente mite.
Eʼ albero secolare, molto vigoroso, che raggiunge talvolta altezze notevoli. La chioma, particolarmente espansa, è costituita da ramificazioni lunghe e sottili che, nella parte più bassa della pianta, tendono ad assumere portamento pendulo.
Le foglie sono provviste di un lungo picciolo e presentano forma ovata e margine dentato.
Allʼascella portano fiori maschili e femminili, riuniti in piccole infiorescenze dette amenti.
Il frutto è in realtà una infruttescenza comunemente detta “mora” che, a seconda della specie, presenta colore rossiccio-scuro, oppure biancastro con sfumature sul violaceo.
La maturazione inizia a partire dalla fine di giugno e le “more” sono particolarmente apprezzate per il loro sapore dolce.
Il frutto è molto delicato e non si presta al trasporto ed alla conservazione e, di conseguenza, risulta impossibile operare qualsiasi forma di commercializzazione; la produzione è quindi destinata, esclusivamente al consumo locale.
Tutte le parti del gelso erano utilizzate: fogliame, fibre, legno, frutto.
La pianta del gelso era coltivata perché le sue foglie servivano per nutrire i bachi da seta.
Già al tempo dei Romani i frutti erano conosciuti ed apprezzati non solo da Plinio il Vecchio ma anche da Ovidio nelle trasformazioni raccontate nelle sue Metamorfosi. E il racconto a loro dedicato probabilmente vi sembrerà famigliare, molto simile infatti alla tragedia shakespeariana di Romeo e Giulietta.
Qui i protagonisti sono due giovani babilonesi, Piramo e Tisbe, che si amano intensamente nonostante lʼopposizione delle famiglie. A causa di un tragico equivoco muoiono entrambi e, per il sangue uscito dai loro corpi, le bacche del gelso (lʼalbero del loro fatale incontro) da bianche divengono scure.